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trattato internazionale istitutivo della Corte penale internazionale (17 luglio 1998) Da Wikipedia, l'enciclopedia libera
Lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale, chiamato anche Statuto della Corte penale internazionale o Statuto di Roma, è il trattato internazionale istitutivo della Corte penale internazionale. Definisce i principi fondamentali, la giurisdizione, la composizione e le funzioni degli organi dell'organizzazione internazionale, nonché i rapporti con le Nazioni Unite, con le organizzazioni intergovernative, internazionali e non governative, l'istituzione e le funzioni dell'Assemblea degli Stati Parte.
Statuto di Roma della Corte penale internazionale | |
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Stati membri e firmatari dello Statuto di Roma
Stati membri Stati membri in cui il trattato non è ancora entrato in vigore Firmatari che non hanno ratificato Firmatari che hanno ritirato la firma Stati non membri o non firmatari | |
Tipo | trattato universale, aperto |
Firma | 17 luglio 1998 |
Luogo | Roma |
Efficacia | 1º luglio 2002 |
Condizioni | 60 ratifiche |
Firmatari originali | 72 |
Firmatari successivi | 139 stati |
Ratificatori | 124 |
Depositario | Segretario generale delle Nazioni Unite |
Lingue | Arabo, cinese, francese, inglese, russo e spagnolo |
UNTC | U.N. Doc. A/CONF.183/9 |
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Lo Statuto della Corte penale internazionale, firmato nel 1998, entrato in vigore nel 2002 e modificato nel 2010, è il prodotto di una lunga serie di tentativi per la costituzione di un tribunale sovranazionale.
Già alla fine del XIX secolo furono mossi dei passi verso l'istituzione di corti permanenti con giurisdizione sovranazionale. Con le Conferenze internazionali per la pace dell'Aia i rappresentanti delle grandi potenze mondiali tentarono di armonizzare il diritto bellico, e di porre delle limitazioni all'uso delle armi tecnologicamente avanzate.
Il trattato di Versailles (1919) dichiarò responsabile il Reich germanico e i suoi alleati per tutti i danni causati dal conflitto, e accusò l'imperatore Guglielmo II di offesa alla morale internazionale e all'autorità dei trattati. Tuttavia, fu solo in seguito ai crimini e alle atrocità perpetrati durante la seconda guerra mondiale che si pervenne all'istituzione, nel 1945 e 1946, dei Tribunali internazionali di Norimberga e di Tokyo: l'urgenza per la creazione di organismi sovranazionali, in grado di garantire e tutelare la pace mondiale, si fece sempre più pressante. Anche per riaffermare i principi di civiltà democratica, i presunti responsabili dei crimini perpetrati non vennero trucidati in piazza, o mandati in campi di tortura, ma condannati con regolare processo, possibilità di difesa, in base al principio della presunzione di innocenza. In seguito ai processi di Norimberga vennero siglati alcuni importanti trattati e convenzioni che avrebbero portato alla stesura dello Statuto di Roma.
Con la risoluzione n. 260 del 9 dicembre 1948 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite la Convenzione per la prevenzione e punizione del crimine di genocidio stabilì un primo passo verso un tribunale internazionale penale permanente con giurisdizione su crimini la cui definizione non era stata ancora regolata da trattati internazionali. Nella risoluzione veniva infatti auspicato uno sforzo da parte della Commissione legale internazionale dell'ONU a tal proposito. L'Assemblea Generale, in seguito alle considerazioni espresse dalla Commissione, istituì un comitato per presentare una bozza di statuto e studiare le questioni giuridiche collegate. Nel 1951 fu presentata una prima bozza e nel 1953 una seconda. Si preferì comunque rallentare i lavori per il tribunale permanente, ufficialmente perché non fu trovato un accordo unanime sulla definizione di crimine di aggressione, ma probabilmente ciò avvenne anche per le tensioni geopolitiche causate dalla guerra fredda.[1]
Nel dicembre 1989, Trinidad e Tobago chiese all'Assemblea generale di riaprire il dibattito sull'istituzione di un tribunale penale internazionale permanente e nel 1994 presentò una bozza di Statuto (draft Statute) all'Assemblea Generale, che costituì un Comitato ad hoc per la Corte penale internazionale e, successivamente alle considerazioni espresse, un Comitato preparatorio (1996-1998).
Nel frattempo, le Nazioni Unite istituirono dei tribunali ad hoc per la ex Jugoslavia (ICTY) e per il Ruanda (ICTR) i cui statuti, e successive modifiche dovute anche a questioni sorte in fase dibattimentale e predibattimentale dei processi, presentano numerose similitudini con lo Statuto di Roma.
Durante la cinquantaduesima sessione l'Assemblea generale decise di convocare una conferenza diplomatica dei plenipotenziari per la creazione della Corte penale internazionale che si svolse a Roma dal 15 giugno al 17 luglio 1998 per definire la convenzione, sotto la presidenza del professore Giovanni Conso.
La conferenza ebbe luogo nel Palazzo FAO all'Aventino, ma il costo – di circa sei miliardi di lire – fu sostenuto dal governo italiano.[2] Una cinquantina di Stati si era attestata su una sorda resistenza,[3] ma nell'ultima settimana una mobilitazione di organizzazioni civili[4] culminò in una fiaccolata (guidata dal presidente del consiglio Romano Prodi e dal sindaco di Roma Francesco Rutelli) che dal Campidoglio giunse al Circo Massimo per consegnare al rappresentante del segretario generale dell'ONU (Hans Corell) la petizione per una conclusione positiva della conferenza.[5]
Questa avvenne all'Aventino con l'approvazione del testo da parte del comitato dell'Assemblea, nella notte del 17 luglio 1998, seguita dalla votazione dell'Assemblea in sede plenaria:[6] risultarono i voti favorevoli di 120 stati, contro sette voti contrari e ventuno astensioni.
La conseguente sua apertura alla firma[7] avvenne il 18 luglio 1998 nella sala della Protomoteca del Campidoglio di Roma.[8]
Lo Statuto è entrato in vigore dal 1 luglio 2002, dopo la sessantesima ratifica.
Lo Statuto di Roma è suddiviso in un preambolo, tredici capitoli e annessi.
Vengono definiti i principi ispiratori dello Statuto.
Dall'articolo 1 al 4[9] definisce i principi generali di esistenza della CPI, la sede, i rapporti con le Nazioni Unite e gli aspetti concernenti lo status giuridico della Corte.
Composto dagli articoli 5- 21[10] in cui sono definite le competenze della CPI e le condizioni di procedibilità in giudizio e i crimini che ricadono nella giurisdizione della Corte. Nella versione finale[11] l'articolo 8 seleziona i seguenti elements of Crimes, rispetto ai quali l'Assemblea degli Stati-parte ha un potere di ulteriore determinazione[12] nell'ambito del diritto internazionale penale:
In questo capitolo sono anche definite a grandi linee le procedure per l'inizio e la sospensione di un'indagine, e la procedibilità. Viene inoltre definito il principio ne bis in idem specificando che, seppur sussista il principio su un piano generale, esso non può essere preso in considerazione nel caso in cui si verifichi una delle due condizioni di esistenza della giurisdizionalità sovranazionale della Corte. In altre parole, la Corte può intervenire quando uno stato non ha le capacità o la volontà di processare i presunti responsabili dei crimini che ricadono nella giurisdizione sovranazionale della CPI. Se la Corte ha prove sufficienti per ritenere che, nonostante la formale condanna di un tribunale nazionale, non vi sia stato un giusto processo e che quindi i responsabili effettivi non siano ancora stati processati, lo Statuto prevede che la Corte possa comunque intervenire[15]. Questo per evitare che individui responsabili di gravi crimini, quali ad esempio capi di Stato o di governo o alte cariche militari e politiche, considerati responsabili individualmente dei gravi crimini previsti dallo Statuto possano sottrarsi alla giurisdizione della Corte. Pertanto, vista la natura dei crimini, una delle due condizioni (volontà e capacità), in base a quanto previsto dallo Statuto di Roma, è più forte del principio del ne bis in idem. La competenza della Corte non è retroattiva.
Dall'articolo 22 all'articolo 33[16], nel terzo capitolo vengono definiti i principi generali del diritto penale, traslati per comprendere la natura sovrazionale della Corte in base all'entità dei crimini su cui la CPI esercita giurisdizione, e ribadite le basi del diritto moderno, Nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali.
Vengono recepite anche le deroghe dovute alla estrema gravità di certi reati, come l'imprescrittibilità dei crimini di guerra e contro l'umanità che, precedentemente, era stabilita soltanto da uno strumento pattizio ratificato da appena 55 Paesi[17]; pertanto, a decorrere dall'entrata in vigore dello Statuto di Roma, questi crimini non sono sottoposti a prescrizione per tutta la ben più ampia platea degli Stati parte, oltre ad essere indizio assai significativo della maturazione di una consuetudine internazionale al riguardo[18].
Nel terzo capitolo viene inoltre definito uno dei pilastri dello Statuto di Roma: la responsabilità individuale. Vista e considerata la natura dei crimini, non necessariamente la o le persone presunte responsabili coincidono con le persone che hanno materialmente agito per commettere il crimine oggetto di dibattimento. In altre parole, viene definita per legge una sorta di responsabilità superiore di coloro i quali hanno architettato e agito per il sovvertimento dello stato di diritto in un determinato paese al fine di commettere, o più spesso far commettere ad altri, i crimini su cui la CPI ha giurisdizione. Questo è un principio di fondamentale importanza, in quanto stabilisce che un individuo potrebbe essere considerato criminalmente responsabile delle atrocità punite dallo Statuto, e quindi rischiare il carcere a vita[19], pur non avendo mai alzato un dito contro un'altra persona, o aver commesso crimini punibili dal diritto ordinario e quindi non di stretta competenza della Corte, se però viene dimostrata l'esistenza della linea gerarchica per la quale il sospettato avrebbe ordinato l'esecuzione dei crimini puniti dallo Statuto di Roma.
In questo capitolo[20] si definiscono gli aspetti formali dell'organizzazione internazionale. Si definiscono le funzioni degli organi della CPI, evidenziando l'indipendenza dei giudici e le distinzioni tra Presidenza, Sezioni e Camere, Ufficio del Procuratore, Ufficio di Cancelleria, nonché gli aspetti più burocratici, quali ad esempio le sei lingue ufficiali (arabo, cinese, francese, inglese, spagnolo, russo) e le due di lavoro (francese e inglese) o i privilegi e le immunità. Si accenna anche alle linee generali per la definizione delle regole procedurali e di ammissibilità delle prove e a molte delle questioni che verranno definite più estesamente nei codici di procedura (Rules of Procedure and Evidences) e nei codici di regolamento interno.
In questo capitolo, articoli 53-61[21], vengono definite a grandi linee le procedure per l'inizio di un'indagine giudiziaria, chiariti gli ambiti di azione del Procuratore capo e dell'Ufficio del Procuratore, il ruolo, le funzioni e i poteri della Camera Preliminare d'Indagine (Pre Trial Chambers), le procedure per l'arresto, la detenzione preventiva, la procedura iniziale e la convalida delle accuse. Vengono altresì esposte le questioni relative ai diritti delle persone, con riferimento ovviamente non soltanto agli imputati, durante le indagini. In poche parole viene evidenziato che l'Ufficio del Procuratore può iniziare le indagini proprio motu, su segnalazione di uno stato parte, o dietro segnalazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Camera Preliminare interviene nei differenti casi per deliberare sull'ammissibilità dell'indagine; per determinare se vi sono o meno elementi sufficienti per iniziare un'indagine della CPI su una determinata situazione (situation), principalmente in base a criteri di giurisdizionalità, e, una volta deliberato sull'opportunità o meno di iniziare l'indagine, esaminare preliminarmente i primi risultati delle indagini e quella che potrebbe essere definita la prima bozza di tesi accusatoria. La relazione tra l'Ufficio del Procuratore e la Camera Preliminare è molto ben delineata e anche molto importante, si snoda nella forma di un dialogo alla base del principio stesso del giusto processo.
Composto dagli articoli 62-76[22], vengono definiti i punti basilari attinenti al processo, i diritti degli imputati ad un giusto processo e le regole di comportamento in aula. Nel capitolo sesto viene inoltre definito un principio di fondamentale importanza per il diritto penale internazionale: il riconoscimento delle vittime dei gravi crimini ricadenti nella giurisdizione della CPI quali parti integranti del processo per le quali vengono previste delle forme di risarcimento, elemento non previsto negli Statuti dei tribunali ad hoc per la ex Jugoslavia e per il Ruanda.
In relazione ai crimini disciplinati dallo Statuto, la Corte può condannare alla pena della reclusione e per un periodo di tempo determinato non superiore nel massimo a trenta anni, ovvero all'ergastolo, se tale pena è giustificata dall'estrema gravità del crimine e dalla situazione personale del condannato (art. 77 dello Statuto).
Sono previste procedure d'appello (artt. 81 ss.) e di revisione della condanna o della pena (art. 84).
Negli articoli 86->102[23] vengono definiti i criteri generali della cooperazione internazionale[24] e dell'assistenza giudiziaria tra gli Stati e la CPI e le relazioni con organismi internazionali - quali l'Interpol - e con altri strumenti pattizi[25].
Le pene detentive sono scontate in uno Stato designato dalla Corte, da una lista di Stati che hanno informato la Corte della loro disponibilità a ricevere persone condannate. La Corte può decidere in qualsiasi momento di trasferire il condannato nella prigione di un altro Stato. La pena detentiva é vincolante per tutti gli Stati Parte, che non possono in alcun caso modificarla. L'esecuzione di una pena di reclusione è soggetta al controllo della Corte, ma le condizioni di detenzione sono disciplinate dalla legislazione dello Stato incaricato dell'esecuzione. Gli Stati parti fanno eseguire le sanzioni pecuniarie e le misure di confisca ordinate dalla Corte, fatti salvi i diritti dei terzi in buona fede e secondo la procedura prevista dalla loro legislazione interna.
Se una persona condannata evade dal luogo di detenzione e fugge dallo Stato incaricato dell'esecuzione della pena, tale Stato può, dopo aver consultato la Corte, chiedere allo Stato in cui la persona si trova, la consegna di tale persone in applicazione di accordi bilaterali o multilaterali in vigore, oppure chiedere alla Corte di sollecitare la consegna allo Stato nel quale scontava la pena o ad altro Stato da essa designato.
Composto dall'articolo 112[26], definisce le linee generali del funzionamento e delle funzioni dell'Assemblea degli Stati Parte.
Negli articoli 113-117[27] vengono delineate in modo molto generale le questioni relative alle finanze della CPI, definite in dettaglio nel Regolamento finanziario e nelle Regole di gestione finanziaria, fornite da contributi degli Stati Parte, definiti in base al medesimo criterio 'per quote' dell'ONU, risorse finanziarie dalle Nazioni Unite subordinatamente all'approvazione dell'Assemblea generale, in modo particolare per quanto concerne le spese effettuate per le 'referrals' del Consiglio di sicurezza. La Corte può inoltre ricevere ed utilizzare a titolo di risorse supplementari i contributi volontari di Governi, Organizzazioni internazionali private, società ed altri enti in base ai criteri stabiliti in materia dall'Assemblea degli Stati Parte. I conti debbono poi essere rivisti annualmente da un revisore esterno ed imparziale.
Dagli articoli 119-128[28] e l'atto finale della Conferenza.
Il capitolo contiene la previsione transitoria dell’opting out, che consente in sede di ratifica allo Stato membro di dichiarare che non accetterà la giurisdizione della Corte sui crimini di guerra compiuti sul suo territorio o da suoi cittadini per un periodo di sette anni dalla ratifica. Il 26 novembre 2015 l'Assemblea degli Stati parte ha approvato un emendamento volto ad abrogare tale previsione[29] ma, al momento, la proposta non ha ancora ricevuto alcuna ratifica.
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