Compagni di merende

appellativo attribuito ad alcuni imputati dei delitti del mostro di Firenze Da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Compagni di merende

Compagni di merende è un'espressione originata dalla deposizione del teste Mario Vanni (successivamente imputato) al processo per gli omicidi attribuiti al mostro di Firenze.

Thumb
Mario Vanni, uno dei "compagni di merende" al centro del processo sul Mostro di Firenze, e originatore della frase, 1997

Storia

L'espressione è classificabile come frase d'autore originata dalle parole di Mario Vanni nelle testimonianze da lui rese durante i processi di primo grado e di appello, che vedevano imputato Pietro Pacciani come responsabile dei delitti di otto coppie di giovani tra il 1968 e il 1985. Interrogato in qualità di amico dell'imputato, mentre il pubblico ministero gli poneva una domanda iniziale sulla sua attuale occupazione, Vanni esordiva dicendo di aver fatto delle merende con Pacciani:

«Io sono stato a fa' delle merende co' i' Pacciani, no?[1]»

e che non sapeva riferire nient'altro[2]. La reticenza di Vanni assunse toni esasperati quando, interrogato ancora con domande specifiche su alcuni avvenimenti che lo riguardavano personalmente, continuava a riferire solamente di aver fatto delle merende. Mario Vanni venne successivamente accusato e condannato assieme a Giancarlo Lotti come complice di Pacciani nei delitti del mostro, a seguito dei processi ai «compagni di merende» (così come furono indicati dalla stampa)[2].

Influenza culturale

Per traslato la frase ha assunto un tono ironico: nell'italiano colloquiale vengono chiamati "compagni di merende" persone unite da complicità nel tramare segretamente qualcosa alle spalle di qualcuno o che siano legate da un rapporto limaccioso o comunque poco onesto.

Nel 1996 l'espressione fu usata da Filippo Mancuso, ministro di grazia e giustizia del Governo Dini, poi sfiduciato dal Parlamento, in riferimento allo stesso Lamberto Dini e all'allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro[3].

Nel 2009 la Corte di cassazione si è espressa sulla liceità del ricorso alla locuzione nella dialettica e nella polemica politica, definendo non punibile e non lesivo, ma ammesso nel legittimo diritto di critica, l'utilizzo dell'espressione "compagni di merende", da parte del politico siciliano Giovanni Mauro, rivolta ad avversari politici accusati di cospirare e agire segretamente con attività illecite[4].

Note

Loading related searches...

Wikiwand - on

Seamless Wikipedia browsing. On steroids.